Ventuno giorni.

Da oggi inizia il mio periodo di reclusione da DPCM.
Che epilogo beffardo per noi italiani, così baciòmani ed enfatici nel sottolineare i concetti espressi a parole con vigorose palpate sulle spalle altrui, sempre pronti a regalare generose carezze o energiche cinquine che di divertente hanno ben poco per la nuca di chi le riceve.

Mi sono svegliata alle 07;30 come d’abitudine. Mi sono preparata la solita prima colazione, mi sono lavata e vestita di tutto punto per stare in casa, perché gli insegnamenti della nonna materna catto-veneta sono utili in frangenti come questo: mai negare dignità alla propria persona, e cambiarsi l’intimo con frequenza ché non si sa mai se vai a finire in ospedale. Non mi sono truccata, lascerò respirare la pelle il più possibile. Ho scritto un paio di schede di vini assaggiati nei giorni passati. Ho voglia di scrivere, di studiare i manuali di degustazione, approfondire quel discorso con la Borgogna interrotto tempo fa; sento la necessità di riprendere in mano tante attività che avevo archiviato per mancanza di tempo e voglia, che a fine giornata lavorativa l’unica cosa che ci rende felici è il miraggio del binomio piumone+Netflix. Voglio affinare la sublime arte di preparare Negroni con il vermouth secco come piace a me. Ho intenzione di fare qualche addominale, giusto per sentire la coscienza a posto in queste settimane di stop imposto. Sento il bisogno fisiologico di ritrovare la mia casa così come negli anni l’ho sistemata per me, per la mia famiglia; ventun giorni durano almeno tre settimane, non mi sento male all’idea di rimanere reclusa tra queste pareti accoglienti e luminose, piene della vita che ho vissuto fino ad oggi. Voglio toccare, abbracciare, baciare tantissimo le persone che vivono con me, perché sono le uniche alle quali posso riservare i miei baci, e di questi tempi mi sembra straordinario poter avere qualcuno da baciare, da toccare. So che se riesco a godere di questo tempo nello spazio che mi è stato imposto, avrò la forza e la grinta necessaria per fare progetti utili al mio amatissimo lavoro. Saprò davvero godere della libertà che ritroverò dopo questo periodo, al di là della retorica spicciola: una passeggiata in centro o in campagna, la possibilità di poter volare via, assumeranno un altro sapore.
Fuori di casa ci sono persone che non possono scegliere di stare fermi; professionisti che vanno avanti con il proprio lavoro, preoccupati per la inevitabile necessità di entrare in contatto con altre persone; donne e uomini che accettano con inquietudine e un po’ di sospetto di avere a che fare con quel poco di resto del mondo che può ancora girare per le strade della città.

Finiranno questi ventuno giorni, e ci ritroveremo grassi, gonfi, un po’ pallidi e più solidi nel giudicare le nostre capacità di adattamento e di partecipazione al bene comune. Ci verrà un po’ da ridere nel provare la smania di andare nell’odiata palestra; correre all’aria aperta non sarà un sacrificio, così come il piacere puro che proveremo nel poter scappare in ufficio. Stare in casa, oggi, non mi sembra una soluzione così sgradevole.

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