La cena delle signore.

L’occasione per celebrare la pausa dalla dieta estrema che sto seguendo nel difficile tentativo di sgonfiarmi, è fin troppo ghiotta: una riunione con amiche storiche, che la vita ha allontanato da questa città per seguire amori e progetti lavorativi.

Mi chiedono dove possiamo cenare, propongo un’osteria in centro con terrazzino per mangiare all’aperto; una di quelle che fa cucina tipica e ha la cantina con vini locali più fornita della città. L’estate si è imposta con prepotenza, e io ho sete: quella sete di vini che prende dal primo giorno di dieta e non molla fino alla fine, fin quando alla prima occasione conviviale si corre il rischio mostrificazione.

Ci vediamo direttamente là;  va bene, chi prima arriva aspetta gli altri; va bene.

Naturalmente, da ultima che dovevo essere secondo i calcoli ufficio-corsetta-doccia-vestizione, arrivo per prima. Con le mie amiche è sempre stato così. Loro promettevano puntualità, dal momento che a differenza mia erano strepitose senza troppo impiego di tempo, ma sapevano che per farsi desiderare dovevano lasciarsi attendere, perciò il cliché si è ripetuto anche a questo giro nonostante i millemila anni che ci separavano dall’ultimo incontro. Certe abitudini son dure a morire.

Ordino un bicchiere di Grechetto e mi siedo, e nella mia testa si forma l’immagine della signora Augusta Proietti che, sedendosi su un’installazione alla Biennale di Venezia (e venendo scambiata per parte di essa),  aspetta suo marito Remo.

La sensazione dura poco, eccole. Baci di rito e viva commozione nel rivedersi dopo tanto tempo, alcuni figli nati e qualche matrimonio archiviato. Di sottecchi ci osserviamo per vedere se davvero tanto turgido splendore è frutto della genetica o di qualche aiuto esterno; a me guardano con sospetto perché non ho molti segni sulla faccia, ma la risposta è sempre quella,  non ho figli, non ho rughe: lascio agli altri declinarla come speranza vana o irresponsabilità sfacciata.

La serata parte, e come accade ultimamente senza capirne il merito, mi si impone la scelta del vino. Siamo in sei, c’è solo un uomo presente, siamo caricate a pallettoni: scelgo un brut rosée prodotto da una cantina locale dal nome evocativo e appropriato: Scacciadiavoli.

Diamoci dentro, allora.

La serata galoppa, ci sentiamo come tante bottigliette riempite con il triplo della quantità di acqua consentita. Ci strapazziamo, ce ne diciamo di tutti i colori, alcune disapprovano le scelte di altre e talune fanno caro-caro sul cuore delle disapprovate; torna prepotente il passato nei racconti dei nostri vent’anni sguaiati, amori brucianti e vergogne giovanili. Siamo senza filtri, mangiamo con bramosia i racconti e le pietanze ordinate, e le bottiglie di brut testimoniano in modo imbarazzante quanto fosse necessario incontrarsi ancora.

Chissà quanto tempo passerà ancora, prima del nostro prossimo incontro. E non lo dico con struggimento; vorrei arrivare alla riunione con il fegato allenato.

 

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