Fine dei giochi, ovvero quando il tuo corpo decide per te.

Bevo sorsi generosi di Casa Coste Piane pensando che di tutte le uve che si fanno rifermentare in bottiglia, la glera resta imbattuta per resa in termini di godimento. Per quello che mi riguarda, è proprio la sua natura che chiede la rifermentazione capace di dare alla bevuta la freschezza che ci si aspetta, sostenuta da una profondità che mi sorprende ogni volta che stappo una bottiglia così.

I sorsi accompagnano un filo di pensieri che non riesco a mettere in riga, il cui unico denominatore comune è la naturale vocazione delle cose. La glera rifermenta e diventa vino frizzante: sono i suoi profumi erbacei e di frutta bianca che sembrano chiedere questa tecnica di vinificazione, così come l’istinto riproduttivo è la naturale vocazione dell’essere vivente, al netto del libero arbitrio di cui la popolazione mondiale -per fortuna- è mediamente dotata. Ad una certa età la natura o le convenzioni sociali chiedono alle persone di fare il proprio dovere mettendo al mondo figli, non importa quanti. Spesso sono gli ormoni che fanno credere ad una donna che la persona con la quale si fanno capriole a letto sia l’amore della vita; in quel caso non è la ragione che parla, ma sono le ovaie. È la fica, coadiuvata dall’istinto di conservazione della specie, che ci fa commettere errori clamorosi perché ammanta di nobili sentimenti il peggior coso umanoide che stiamo frequentando da quando abbiamo il ciclo.

Devo sottopormi ad un intervento di isterectomia.
La notizia è di pochi giorni fa; il mio utero è talmente malmesso che l’unica soluzione possibile per farmi star meglio è quella di rimuovere definitivamente la causa dei miei dolori. Dal punto di vista chirurgico, pare che questo intervento non sia particolarmente doloroso; per quanto riguarda l’aspetto psicologico invece, l’impatto è atroce.
Certo non mi sogno di parlare per voce di tutte le donne che non hanno figli, vuoi per scelta o per natura: ci sono donne felicemente consapevoli che l’istinto riproduttivo non sia nei propri interessi, e altre donne che non vivono come una tragedia l’idea di non poter realizzare l’aspirazione del tutto istintiva di mettere al mondo figli.
Per quello che mi riguarda rientro nel segmento di persone che hanno tentato naturalmente di realizzare il desiderio di maternità, fallendo un paio di volte. La prima, ricordo bene, dolorosissima in termini di accettazione, mentre la seconda probabilmente non l’ho ancora metabolizzata del tutto considerando che, nonostante un distacco emotivo precoce, ogni tanto e senza motivo apparente mi esplodono gli occhi mentre faccio le cose più disparate, per cui non è raro che nel bel mezzo di una cena sbevazzona tra amici mi cali la morte nera in testa e mi ritrovo in bagno a tirar su il moccio dal naso tanti sono i singhiozzi che riesco a contenere per decenza, gonfiando le guance come un criceto in iperventilazione.

Il verdetto è stato spietato: se fossi intervenuta anni fa, probabilmente ora mi ritroverei ad imprecare verso un marmocchio perché non mi dà retta, che quando dico basta vuol dir basta e deve sistemare i suoi giochi se non vuol vedere l’ultraviolenza fatta persona, facendosi gran beffe di me perché l’amore devastante vince anche sulla stanchezza fisica. Ma non è andata così, e comunque ho una vita decentemente bella e ricca.
Sì, ma perché ho dovuto costruire attorno a me una fitta rete di interessi e palliativi; mica le cose càpitano per simpatia.


E mi ritrovo qui a bere questo rifermentato pensando che la cosa che più detesto, in tutta questa situazione merdosa già di per sé, è che le altre donne, le mie sorelle di corredo cromosomico
graziate da un utero più estroverso del mio, nel migliore dei casi mi tratteranno come un panda da proteggere perché, poverina… mentre molte altre tronfie come tacchinelle spareranno i soliti petardi tipo che quelle come me non possono capirle perché non siamo madri. È così, è antologia; succede ed è molto più frequente di quanto si possa credere.

Insomma, al di là dell’età che mi ritrovo -ché mica tutte nascono giannanannini o carmenrusso che per la fecondazione in età matura ricorrono all’aiuto di Padre Pio che pare sia efficacissimo, altro che Fivet e punturoni- sapere che i giochi sono fatti, chi è dentro è dentro ma io sono fuori e fuori resterò per sempre, mi fa star male.
Ma io non sono il mio utero, perciò non trattatemi come una specie protetta e nemmeno come una persona incapace di capire l’amore universale e faticoso che prova un genitore verso la propria prole. Per dirne una: sebbene non abbia partecipato alla Seconda Guerra Mondiale, so capire la portata dell’orrore di quell’evento.
Si chiama empatia, solo i serial killers pare non ne siano dotati.

Potevo scegliere se sottopormi all’intervento tra qualche settimana o a fine estate; a maggio conto di aprire la mia enoteca, perciò caro utero, se permetti a questo giro la priorità va alle mie aspirazioni: tu hai avuto tempo per conquistarti la mia fiducia, trentuno anni in cui mi hai presa in giro torturandomi ogni mese, ora aspetterai settembre, così l’attività sarà avviata e se sto ferma e buona per un po’ non succederà niente.

Bevo. La glera è proprio buona, freschissima; mentre mando giù sorsoni penso che mi piacerebbe tanto (già che ci sono) farmi impiantare due scroti grossi così in modo da sentirmi giustificata, agli occhi del mondo, nel poter dire che ne ho pieni i coglioni di tutto.

Ma passerà.

 

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