Merende leggendarie: in visita a Pomario

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Mia mamma quando è in buona, è solita ricordare a noi figlie un episodio che la inorgoglisce ancora molto. Poco più che quarantenne di notevole bellezza (mi chiedo perché noi tre abbiamo ereditato un patrimonio genetico così sbilanciato verso papà), ad un ricevimento mondano nella Milano da bere le si presentò nientemeno che Buzz Aldrin, suo mito di gioventù, che non celava evidenti mire espansionistiche verso di lei. Tutta emozionata, mia madre –che vanta tutt’ora un inglese che non le permette di chiedere altro che tazze di tè- pensò bene di andare a chiamare mio padre per farsi aiutare con la lingua. Vista la malaparata, l’eroico Aldrin cambiò orbita immediatamente.

Ecco, da mia madre devo aver ereditato lo spiccato senso per la strategia, che baratterei volentieri con la lunghezza dei sui femori infiniti. Ma devo accontentarmi.

Senza spiegarmi il motivo per paura di trovare delle risposte, è a questo episodio che la mia testa ha fatto riferimento quando, qualche settimana fa, ho avuto l’onore di conoscere la figlia di Raimondo D’Inzeo, Susanna. Suo padre è stato per anni lo sfondo del mio PC, durante il periodo in cui ho perso la testa per un cavallo che mi ha dato tante più gioie e soddisfazioni di qualsiasi fidanzato.

(la foto in questione)

Insieme al marito Giangiacomo Spalletti Trivelli, appena scavallato il millennio i due hanno deciso di fare di Pomario il proprio buen retiro, ristrutturando un’antica casa colonica a Monteleone di Orvieto e creando un’azienda agricola in grado di ricambiare l’amore per il posto da parte dei proprietari, con la generosità dei prodotti che quel territorio particolarissimo regala loro.

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Insomma, Susanna deve avermi presa a ben  volere per via del desktop – per questo devo ringraziare la mia amica e loro agronoma Federica de Santis che non tiene un cece in bocca- perciò ha voluto che andassi a vedere con i miei occhi la realtà di Pomario. Così io e Antonio Boco siamo partiti a pomeriggio appena inoltrato, per arrivare in azienda giusto in tempo per la merenda.

Come c’era da aspettarsi, siamo stati accolti da una natura al meglio di sé: vendemmia terminata e raccolta delle olive in corso capitanata dalla padrona di casa alle prese con il torchio.

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Giangiacomo, Susanna e Federica ci hanno mostrato una sala degustazioni di rara eleganza e accoglienza, una cantina curatissima e saggiamente ambiziosa per una terra ricca capace di dare questi vini e un olio nuovo che ha toccato le corde del mio cuore. Sarà che l’anno scorso l’olio nuovo mi è mancato tanto, ma ho fatto fatica a controllarmi per evitare di finire il contenuto dell’oliera. Ma ero con la figlia del mio idolo personale, ho cercato di contenermi con studiato rigore marziale di fronte alla merenda dei campioni.

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Ecco, non solo tornerò a Pomario per la bellezza del posto:  adesso anche io ho un ricordo da tramandare ai nipoti. E quando sarò in buona, racconterò loro della volta che ho mangiato pane e olio e bevuto il sangiovese Sariano con la figlia di un campione olimpico la cui foto trionfava sul mio desktop.

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