L’utilità di un pomeriggio inutile

ashish2

Sono uscita dall’enoteca molto tardi, ma con lo stomaco leggero di chi ha fatto tutto quello che c’era da fare, persino qualcosa in più.

Non sono entrata in casa; ho parcheggiato e sono salita in centro a piedi, senza uno scopo preciso. Pochi soldi: più che lo shopping mi voglio concedere dell’hard watching, quello con un po’ di bava alla bocca, tanto per creare delle aspettative che non verranno soddisfatte a breve. Evabbe’.

Camminando lungo Corso Vannucci con il naso per aria in un’ora di cui avevo dimenticato l’esistenza, la testa ha cominciato a ragionare seguendo il solito percorso, noto solo a lei. Di solito mi godo le conseguenze del filo dei pensieri, rinunciando a cercare di capire il motivo di tante associazioni di idee che mi portano così lontano dalla persona che sembro. Il ragionamento si sofferma alla sera prima, mentre si parlava del Fertility day davanti a una bottiglia di Brucisco bianco del 2014; io e la mia amica abbiamo realizzato che per sensibilizzare le donne a farsi una famiglia in età ragionevole (mica come noi che dopo vari tentativi vani, per reazione abbiamo dedicato il resto delle nostre energie a crearci una carriera) basterebbe far leva sulla grande paura di chi vive da sola. La regina delle paure, la paura più spaventosa che una donna con una vita sociale dignitosa possa immaginare. Morire mentre si è seduti sul WC.

Posto che in genere una donna non fa quelle cose, io ho conosciuto davvero una persona che è morta così. Ci ha lasciato le penne e non aveva trent’anni, povera anima. Perciò perché escludere che possa accadere? Una donna ci mette una vita a costruirsi una reputazione, a farsi una posizione sgomitando e faticando il doppio dei propri colleghi. Per poi finire così? A farsi una famiglia c’è il vantaggio che se mai dovesse accadere una cosa simile, qualcuno in casa se ne accorgerebbe.

Guardo la vetrina, c’è una giacca che mi piace proprio. Cedo, la provo. La compro. Se avessi  una famiglia mia, sarei tranquilla ogni volta che vado in bagno ma probabilmente avrei un guardaroba pieno di sensi di colpa.

Era un acquisto necessario? Evidentemente sì, e poi mi stava bene.

Proseguo e decido di entrare in un bar per un aperitivo prima di tornare a casa. Il barista è un ventenne cortese, e mi propone una sequela di vini descritti in modo improbabile, perciò dirotto la sete verso una Menabrea gigante mentre mi guardo intorno e vedo giovani  coppie di studenti universitari in amore e miei coetanei infiacchiti da una vita color beige, così il pensiero prosegue per i suoi giri fino a formulare la Grande Teoria Universale sull’Amore e la Sfortuna. Ognuno in vita sua ha a disposizione una quantità finita di amore e una quantità finita di sfortuna. Sia l’amore che la sfortuna vengono distribuiti nella vita di ciascuno in tempi diversi ma egual misura; può capitare ad esempio che nella vita di un soggetto, la distribuzione di A e di S avvenga contemporaneamente. Ad un certo punto della propria esistenza, le quantità disponibili si esauriscono.

Bevo gli ultimi sorsi di birra e penso che, per entrare nel dettaglio della mia scorta personale, ritengo di aver intaccato l’ultima quantità di amore a me spettante, mentre la sfortuna sta terminando le sue riserve. Dopodiché probabilmente sopraggiungerà la Noia solenne. Però ho una giacca molto bella, e la birra mi è piaciuta, e non ho dovuto parlare con nessuno al di fuori del barista che mi ha servito. Che sollievo.

Esco, è buio e la stagione si esprime al meglio. Tira un vento forte, ma sento che va nella direzione giusta.

 

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