Un’infanzia degli anni Settanta.

Le maratone natalizie sono state uno sfinimento, sia dal punto di vista emotivo che per l’apparato digerente. 
Ho mangiato e bevuto di tutto, ma la bottiglia più interessante è stata quella contenente un pinot noir proveniente dalla Nuova Zelanda, dal Marlborough per la precisione; Oyster Bay, vintage 2012 ovvero un vino franco, semplice ma non sciocco. Pulito, dalla polpa golosa e la freschezza sfacciata, una bevuta senza bisogno di interpretazioni per un vino quasi didattico; un pinot noir così come deve essere. 
Mia sorella viveva in Nuova Zelanda dal 1998, ed è lì che ora riposa.
A volte abbiamo bisogno di creare dei legami, delle trame che ci permettano di far tornare i pensieri esattamente dove vorremmo che finissero; per questo motivo al pranzo di Natale ho voluto portare una bottiglia kiwi per immaginare che lei fosse ancora con noi. 
Il giorno dopo, la mia pagina Facebook mi ha schiaffato in faccia un post del 2017: un ritratto di mia sorella, forse il più fedele. Una roba vecchia di secoli capace di dare la misura di quanto siano straordinarie certe persone, sin da piccole. Che siano fratelli, sorelle, amici di una vita: ognuno di noi ha avuto o, se fortunato, ha ancora qualcuno che ci protegge a costo di sacrificarsi per noi.
Voglio condividere questo ricordo per ringraziare, ora più che mai, chi ci ama senza riserve.
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Quando si era piccoli negli anni Settanta, non c’erano le madri materne a vegliare su di noi affinché non ci si facesse male correndo sì, ma piano. La maggior parte di loro era al lavoro, le restanti invece, figlie della Seconda Guerra Mondiale, più calme di noi.

La nostra educazione siberiana si forgiava in piazzale, giocando a massacrarsi o venendo esclusi dai giochi perché ritenuti troppo piccoli, quindi di poco interesse.

Tra noi ragazzini del quartiere perugino di Madonna Alta, la nemesi era Ciccio Spray: un torello di dodici, tredici anni cattivo come pochi.
Il suo arrivo veniva annunciato dai suoi scagnozzi come un principe distruttore. Chi poteva, tagliava la corda nascondendosi come capitava; dentro una 127 color rosso mattone o dietro i pilotis dei palazzi. 

Le leggende attorno Ciccio Spray si sprecavano: c’è chi diceva che fosse diventato cattivo dopo il divorzio dei suoi genitori, quando ancora divorziare permetteva ai frutti di un matrimonio finito di disporre di un bonus inadeguatezza da spendere contro insegnanti o coetanei, entrambi disarmati.

Tra tutti i ragazzini del quartiere, l’unica persona capace di tenere testa al famigerato Ciccio Spray era mia sorella Silvia: mentre all’arrivo di Conan il Distruttore tutti se la davano a gambe, lei, sprezzante del pericolo e con il germe della parità di genere pronto a schiudersi da lì a poco, lo sfidava ogni volta.
Irritato da tanta sfrontatezza così sfacciata da parte – addirittura!- di una femmina, Ciccio Spray reagiva brutalmente, colpendola alle gambe con la corda da salto o con la cerbottana carica di pongo e spilli, mentre lei, fissandolo negli occhi, rideva provocandolo  “Non mi hai fatto niente aaaahahah!”

Frustrato dall’insuccesso, stanco della reazione provocatoria di Silvia, il Temibile si allontanava coi suoi sodali, lasciando il piazzale per noia.

Noi eravamo salvi un’altra volta. I ragazzini potevano organizzare la gara di skateboard lungo la misteriosa e ripidissima discesa che dal piazzale conduceva ai garages, ma siccome percorrerla frontalmente era roba alla portata di tutti tutti, Silvia lo faceva di spalle.

Quante gite in ospedale.

Questa era Silvia, mia sorella.

(Nel daguerrotipo, io e le mie due sorelle nel piazzale di Madonna Alta dove abbiamo vissuto fino al 1985. Sullo sfondo Rossella, che c’è ma è altrove, come sempre persa nei suoi pensieri. Silvia spinge il passeggino guardinga mentre controlla che sia tutto a posto; io non penso a niente, mangio molto e mi lascio scarrozzare)
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